Comunicazione nell'Arte
- Alessandra Bisi
- 28 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Ieri in tarda mattinata, mentre ero intenta a preparare le verdure fresche per un ricco minestrone, ho sostenuto una conversazione con il solito specialista in marketing e comunicazione dell’arte. Richieste di piani a pagamento per essere “scelti” da svariatissimi sedicenti esperti allo sbaraglio. Un confronto che non ho chiuso immediatamente perché incuriosita e divertita dalla tenacia e dalla tecnica. Con la descrizione delle proposte non annoio nessuno e neanche me stessa, perché le conosciamo tutti. Ho solo spiegato al mio interlocutore che la comunicazione che viene venduta per ottenere visibilità ed eventuale conversione non

garantita nemmeno al minimo, è completamente scoppiata di algoritmi. Implosa e divenuta completamente sorda. Pensando di essere stata troppo schietta, crudele e netta, dopo avere chiuso la telefonata, ho voluto fare un esperimento che consiglio a tutti gli artisti che come me stanno dicendo no.
Ho visionato promozioni e presentazioni brevi pubblicate sulle piattaforme social per promozionare diverse mostre. Collettive e personali in spazi pubblici o privati il più possibile diverse fra loro come linguaggi e prestigio. Poi, ho fatto un esperimento. Ho copiato i testi e gli ho cambiato a caso la collocazione. Rileggendoli, dato che più o meno sono tutti uguali, non mi sarei accorta della reale collocazione.
Per restare nel tema iniziale del mio minestrone estivo, interrotto dalla telefonata di fesserie, anche qui, nel mio esperimento, si trattava di un minestrone di parole. Queste: “Dialogo”- “Esperienza emozionale”- “Opere che respirano” - “memoria”- “narrazione”- “viaggio esperienziale” - “visione contemporanea” -
Vi invito a provare questo “esperimento esperienziale”. È divertente quasi come appassionarsi alle verdure fresche e vere.
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